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7 Febbraio 2026, San Riccardo

Un «Minimo» di cultura!

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Il Coro Minimo Bellunese.

Un minimo di cultura 

Nel 1961 alcuni amici incontrandosi nella immancabile osteria quasi distrattamente gettano le basi per un futuro sodalizio che raggiungerà il traguardo del mezzo secolo di attività: il Coro Minimo Bellunese.

Bisello, il gestore del Caffè Vapore, darà ospitalità a questo gruppo di amici, per ben 8 anni. In quella sede il gruppo sceglie tematiche e stile, dedicandosi al ‘canto di montagna’ su un modello portato in evidenza qualche anno prima dalla SAT trentina, ma con un piglio del tutto autonomo e particolare, consentito dalla bravura del suo direttore artistico e armonizzatore Lamberto Pietropoli, che lo dirigerà dal 1961 al 1965.

Il Coro Minimo Bellunese al suo primo concerto, nel 1961.

Sono passati pochi mesi dalle prime prove quando il sodalizio decide di darsi il nome di MINIMO, stante l’esiguo numero dei componenti: si presenta così ai concittadini col primo concerto nella sala dell’Auditorium della città, degna cornice per un felice debutto.

Ugo Neri presenta il Coro Minimo Bellunese.

Ben Presto il presentatore ufficiale del coro diventa Ugo Neri, che con le sue felici rime condisce in modo intelligente ed efficace gli interventi, sempre più richiesti, del coro.

L’annuncio di un concerto del Coro Minimo Bellunese nel 1962.

Il Coro polifonico e la costola del battagliero ‘belun’

Agli inizi del sessantadue, credo, aderii al CTG (Centro Turistico Giovanile) che allora orbitava attorno alla Azione Cattolica – la stessa madre dei ritiri di San Marco – tramite il suo animatore che era Dodo Crespan, il quale aveva avuto l’idea di chiedere al giovane prete Don Sergio Manfroi, diplomato in direzione corale al Conservatorio ‘B. Marcello’ di Venezia, di insegnare e dirigere un gruppo di amici, tutti giovanissimi, per avere a disposizione un piccolo repertorio di canti sacri e profani da utilizzare nelle possibili occasioni (dalle messe alle gite, a qualche commemorazione).

La freschezza dei componenti iniziali è dimostrata dal fatto che una parte dei cantori e il maestro, sono a tutt’oggi gli stessi. Tra questi Gianluigi Secco e Giorgio Fornasier che, tanto per cambiare, perseveravano con le altre passioni a livello personale.

Per qualche anno ci fu anche una parentesi esclusivamente maschile, estratta alle bisogna e di pronto intervento, soprattutto per partecipare alle serate con altri cori di montagna.

Il massimo per il Coro Belun[1] (non sono estraneo alla scelta del nome) sarà, in seguito, al Comunale di Belluno, nel ‘66, con l’esibizione assieme a gruppi allora assai in auge, come il Coro Cesen di Paolo Bon e I Crodaioli di Bepi De Marzi. D’altronde, dei nostri 5 brani, un paio erano di Arturo Benedetti Michelangeli, mica per dire!

Coro Belun. In piedi, da sinistra: Sandro Lorenzi, Giorgio Fornasier, Albino Dal Poz, Berto De Marco, Gino Barbi, Dante Schiffino, Matteo Fiori, Giorgio Bristot, Gianni Granzotto, Francesco Colleselli, Dodo Crespan, don Sergio Manfroi. Accucciati, da sinistra; Gianluigi Secco, Pino Bristot, Gianni Artuso, Gianni Bristot, Vittorio Camuffo.

Don Serio

Don Sergio Manfroi è un uomo straordinario, anche come prete, ne sono convinto pure se il mio lato di valutazione è sempre stato condizionato dal movente musicale.

Noi più ‘veci’ del gruppo l’abbiamo molto come amico e la sua attività parrocchiale ci ha aiutato a capire che dietro a un carattere apparentemente coriaceo, c’è uno spirito libero e raffinato, dotato di spiccato humor, che lui tende a celare. Così io ed Albino da anni lo chiamiamo, anche pubblicamente, Don Serio, contraendo il nome fin quasi a far sparire la ‘gi’ (anche se lo intendiamo solo noi), e quando siamo assieme, ci raccontiamo, sempre con rispetto, ogni genere di barzellette.

Pastorelle di Natale

Per Natale, avevamo preso il vezzo di cantare a ripetizione. Così, la notte si andava a Borgo Piave da Don Sergio[2], e la mattina dopo, in modo autonomo – chi c’era c’era (e c’eravamo sempre) – a Ponte nelle Alpi dove, finito messa, si andava a prendere una cioccolata a casa dei Dal Poz: un rito.

La stanza con cucina dove era pronto il ‘rinfresco’ era l’ultima di un appartamento sviluppato per lungo e noi entravamo sempre cantando una pastorella. Un anno, mentre sorseggiavamo a scatti il dolce composto – la cioccolata quando scotta, scotta – arrivò la sorella di Albino tutta trafelata pregandoci di scusarla: e scusa di qua e me despiaʃe di là … e chisà cosa che penseré de mi!

Noi ci guardavamo senza capirci nulla. Andò avanti così durante tutto l’incontro fino a che, con calma, lentamente e sazi, ripercorremmo a ritroso la casa per tornare agli impegni di giornata.

In seguito, chiedemmo ad Albino di far luce sul fatto e l’indagine chiarì. Edda stava sistemando il salotto e aveva rovesciato tutte le sedie sopra la tavola, come le donne fanno di solito; le sue scuse si riferivano al presunto disordine che avremmo dovuto percepire in casa, ma nessuno di noi quelle sedie se le ricordava. Non ci servivano per bere e non sapevano da cioccolata.

Proverbi attinenti: La lingua batte dove il dente duole; Non svegliare il can che dorme; Un bel tacer non fu mai scritto. Ancora grazie per tutte le cioccolate, Eda.

Non ci volle molto perché anche le ragazze del CTG chiedessero ammaestramenti a don Sergio per cantare pure loro il ‘popolare’. La Lidia comandava il drappello di queste ‘femministe’ da A.C. e un certo spirito di competizione aleggiò per un poco, almeno fino a quando, mettendoci assieme per un repertorio più impegnato, di polifonia a voci miste, non ne nacque quel Coro CTG che funziona ancor oggi dopo quasi mezzo secolo di vita – pur coi suoi alti e bassi, come comporta un’attività così lunga[3].

Si facevano anche delle esibizioni ‘informali, cioè senza Don Sergio a dirigerci, sostituito da uno di noi dotato di buon ‘orecchio’[4]. Questo succedeva specialmente quando si andava per case di riposo, ospedali, sanatori, e perfino in carcere, ripercorrendo le stesse mete che per anni erano state quelle della Compagnia d’Arte Varia, ormai quasi in pensione.

1964: il coro del Gtg impegnato in uno spettacolino al Sanatorio di Belluno.

Anche le nostre prove talvolta diventavano ‘arte varia’, come accadde quella volta che imparammo il brano ‘Io tacerò’ di Gesualdo da Venosa, bellissimo ma impegnativo in alcune voci tanto che il prete stentava a inculcarlo alle contralto: cosa resa ancora più difficile dal fatto che, nel mentre, io ci ricamavo sopra declamando parte del testo a mo’ di speaker di una partita di calcio … Massa, Verracchio, Mora[5] … [un Mora calciatore c’era davvero, e in serie A2]!


[1] Tenori primi: Adolfo ‘Dodo’ Crespan, Vittorio Camuffo, Gianni Artuso, Gianni Bristot, Francesco Colleselli, Gianni Granzotto. Tenori secondi: Giorgio e Pino Bristot, Dante Schiffino. Bassi: Albino Dal Poz, Gino Barbi, Sandro Lorenzi, Matteo Fiori, Mario Balon, Giulio Soriani. Baritoni: Berto ‘Reloio’ De Marco, Mario Case, Gianluigi Secco, Giorgio Fornasier. Gianni e Giorgio, avendo particolare orecchio musicale e duttilità vocale, passavano spesso a coprire altre voci in caso di necessità.

[2] Era allora il parroco del Borgo.

[3] L’attività del Coro polifonico è ancora attuale, anche se il gruppo opera saltuariamente, ritrovandosi comunque per cantare il Te Deum in Cattedrale l’ultimo dell’anno. Il repertorio che va dalla polifonia moderna, a quella classica; dai madrigali di Gesualdo da Venosa ai canti natalizi popolari.

[4] Di solito Albino o Dante, io stesso a volte.

[5] Il testo dice ‘Ma s’avverrà ch’io mora’ ossia ‘se dovessi morire’.

Autore

  • Gianluigi Secco (Belluno, 1946-2020), si è dedicato per gran parte della vita al settore della cultura popolare e ai temi dell’identità e delle relazioni. •••
    Dalla fine degli anni Settanta è stato ideatore, produttore, conduttore e regista di rubriche radio e televisive di intrattenimento culturale (oltre 1000 ore di talk-show in diretta) sulle più importanti Emittenti trivenete. •••
    È stato autore di una trentina di volumi tra saggistica e poesia e di molti documentari in DVD video e CD audio, su temi sociali, sulla storia dell’emigrazione e sui riti della tradizione popolare. ••• È stato cantautore e anima del Gruppo Culturale Belumat (prima col duo ‘storico’, assieme a Giorgio Fornasier, I Belumat e poi con Belumat Formazione Aperta) che aveva all’attivo più di 3000 concerti in Italia e all’estero in quattro decenni di felice carriera. ••• È stato autore insieme a Giorgio Fornasier delle colonne sonore di due rappresentazioni teatrali brasiliane (16 canzoni d’Autore) scritte in collaborazione con lo scrittore e regista Josè Itaqui per la Compagnia Teatrale Miseri Coloni di Caxias do Sul (testi ‘par talian’ e in lingua brasiliana): De là de l mar e La vita zé na vaca. ••• Ha ideato e sostenuto per anni la mostra-museo errante ‘MEM’ intitolata maschere e riti dei carnevali arcaici del veneto & dolomiti, che ha proposto dal 1988 in Italia e all’Estero e che risulta essere tra le più significative del suo genere. ••• È stato il realizzatore, assieme all’amico Tito De Luca, della mostra Arca, Ararat e Armeni, allestita presso il Convento Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, a Venezia (2002). ••• È stato il realizzatore della mostra POCO, NiENTE E FANTASIA, dedicata ai vecchi modi infantili di giocare, allestita presso il Museo Etnografico di Treviso (2014). •••
    È stato fondatore e presidente dal 1998 al 2018 della Associazione Internazionale Soraimar che aveva lo scopo di mettere in relazione autori e cultori delle tradizioni popolari venete di tutto il mondo e di stimolare la salvaguardia di ogni identità culturale considerata bene fondamentale del singolo e di tutte le collettività. ••• Aveva progettato e curato dal 2002 un sistema in rete internet di Archivi multimediali della Tradizione Popolare, aperti al pubblico, gestiti per conto dell’Associazione (soraimarc) oltre che per la Regione Veneto con oltre 5.000 clip audiovisive e 15.000 schede illustrative disponibili alla consultazione del pubblico (attualmente il sito è in restyling, in attesa di nuove risorse). ••• Aveva curato direttamente alcune collane multimediali sulla cultura veneta regionale ed extra regionale tra cui quelle americane di Brasile e Messico, e quelle di cultura istro-veneta con l’edizione di un centinaio di titoli in CD audio e DVD, editi per il tramite dell’Associazione. ••• Già tecnico d’industria, è stato formatore nei Sistemi di Qualità (Total Quality) con riferimento ai settori Turistico-alberghiero ed Enogastronomico (Prodotti Tipici, Turismo cultural-gastronomico). ••• È stato noto eno-gastronomo, già consultore membro della Accademia Italiana della Cucina ed autore di alcuni volumi e di una enciclopedia multimediale sulla cucina tradizionale veneta, vincitrice, nel 1997, del premio nazionale ‘Orio Vergani dell’AIC. ••• Aveva realizzato nel 2013 il progetto ‘Mitincanto’ con l’edizione di un volume ad illustrare i maggiori Miti della tradizione popolare veneta messi in relazione con altri similari d’Italia (ad es. della Sardegna) e del resto d’Europa e con la produzione affiancata di oltre una sessantina di nuove canzoni di cui ha già scritto i testi e, di parte, anche la musica, affidando poi altri brani ai colleghi cantautori del Veneto. Da questo lavoro era stato tratto un nuovo spettacolo teatral-musicale presentato in teatri, biblioteche e sale civiche e corredato da straordinari ausiliari audiovisivi. Tra queste canzoni, quella intitolata FADA, interpretata dalla cantautrice trevigiana Erica Boschiero, ha vinto come miglior testo il Premio Parodi 2012 a Cagliari. ••• Tra l’estate 2015 e il 2018 aveva combattuto un’aspra battaglia contro un linfoma di tipo ‘Non Hodgkin B’, diffuso a grandi cellule e era stato considerato rimesso dal male dopo un complesso trattamento pregevolmente praticato con successo dall’equipe medica del reparto di Ematologia del Ca’ Foncello di Treviso.
    Aveva potuto festeggiare il suo 74°compleanno in compagnia della gran parte degli amici musicisti (7/02/2020) per poi spegnersi, amorevolmente accompagnato dai suoi familiari, a causa di un subdolo infarto intempestivamente diagnosticato durante l’inizio del primo lockdown da Covid-19.

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Una risposta

  1. Buongiorno,
    che bell’articolo! Mi sono sentita “tornare a casa”. I cori di montagna e di canto popolare in genere, hanno molti meriti, non ultimo quello di tramandare storie, la Storia: emigrazione, guerra, ristrettezze economiche, razzismo, attivita’ tipiche per il sostentamento, in pianura ed in montagna. I loro membri, esprimendo la passione per le melodie, passano piacevolmente assieme del tempo buono e utile. Sarebbe bello che anche nelle scuole entrasse questa pratica (non nuova in certe realta’ educative estere). Ho tanti ricordi di famiglia legati ai cori, soprattutto al Val Canzoi di Castelfranco………
    Anna Piccolotto, figlia di Piero, nipote di Toni. Sani

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