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7 Febbraio 2026, San Riccardo

31. Thomas e la zattera

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Fener, anni Sessanta

La seconda fase fenerotta fu quella dei primi anni Sessanta corrispondente a quella delle 5 classi superiori ovvero dai 14 anni in su. Fu l’età delle bisbocce e dei primi amori rinnovati di anno in anno in corrispondenza dell’arrivo delle ragazze. Per quanto possa sembrare strano, Alano, Fener, Colmirano, Quero, perfino Segusino, erano posti ‘turistici’. Ci arrivavano specie i Veneziani e i pianurotti in genere che consideravano le prime coste prealpine già luoghi di montagna.

Non si spiega altrimenti la sopravvivenza di due alberghi in un paesino tanto piccolo; poi c’erano i villeggianti parenti, ossia figli e nipoti di gente partita dal paese per lavoro.

Quando parlo di villeggianti, faccio riferimento a quelli che avevano circa la nostra età e che in genere erano fedeli al luogo di vacanza. Così, ogni anno ci aspettavamo e rincontravamo con l’ansia di vedere l’effetto deriva dei nostri personali eventi e dei nostri sentimenti al confronto di dove li avevamo lasciati.

Il primo anno (io ero sui 14) feci la corte a Paola[1] che era una ragazzina dagli occhi grandi ed un sorriso smagliante; molto ‘ciompa’ come me al contrario della madre, una signora corpulenta ed espansiva che sembrava dominare in ogni momento la situazione compresi i nostri sguardi che cercavano di parlarsi. Era gentile e premurosa, anche sollecita e generosa ma inesorabilmente appiccicata. Andai persino a trovarle al Lido di Venezia dove abitavano.

Il secondo anno ritentai con Paola ma la madre era sempre più asfissiante; mi piaceva anche Bice[2] che veniva da Mestre ma vedevo che l’altro Gianni la guardava dolce e lasciai perdere.

Con Bice al Piave.

L’anno successivo puntai decisamente su Bice dato che il mio omonimo se n’era stufato. Non mi sembrava dicesse di no, ma neppure di sì. A togliermi dai dubbi arrivò allora la più splendida delle creature che si chiamava Nerina[3]: fine ma provocante, con la carnagione chiara e qualche efelide e le fossette sulle guance quando sorrideva. Aveva un anno più di me e mi fece liquefare in un attimo. Tanto mi prodigai a corteggiarla con ogni possibile risorsa che ottenni la sua attenzione. A Fener ci era venuta con la madre per far prendere le arie buone all’ultimo fratellino Giorgio, nato dopo un intervallo notevole dall’ultima sorella, Francesca. Anche stavolta ero legato al carro materno ma la Signora non era intrigante e mi prese anzi in simpatia. Passai un paio di mesi da cavalier servente dietro una carrozzina, cotto e languido come non mai, e mi si straziò lo stomaco quando se ne tornarono a Castelfranco dopo il mio primo e unico bacio a lei sulla punta delle labbra.

Un vero amore si misura a chilometri

Fener 1962, con Silvana e gli amici.

Ah, le pene d’amore. Che ne sapevo io di ormoni in tempesta e del loro effetto! Non riuscivo a star quieto; le parole per lettera non bastavano e nemmeno a me le poesie che le inviavo; di più, di più, e ancora la paura di perderla! Cominciai a prendere il treno per Castelfranco una volta al mese e marinavamo la scuola con la copertura di Silvana[4], sua amica del cuore. Poche ore cercando di evitare di esporci troppo, meglio a casa se i suoi non c’erano. Senza auto, senza comodità, con niente in tasca, l’amore era davvero difficile e la sua grandezza di misurava a chilometri. Il mio ne valeva 180. Non so ancora se tanto o poco ma non bastò e dalla bassa mi giunsero segnali di condivisione sempre più rari.

L’anno successivo Neri tornò e divampò l’amore: si vedeva che eravamo fatti l’uno per l’altra… almeno per l’estate!

Thomas e la zattera (1960)

Il fatto più eclatante dell’estate del ‘60 fu però l’attesa e l’arrivo di Thomas Pellegrini che aveva deciso di costruire una zattera e di fluitare con essa sulla Piave da Belluno alle crode di Fener. Thomas, tra i giovani bellunesi, godeva già una certa fama artistico-sportiva. Si cimentava col dialetto e scriveva poesie come d’altronde avevo cominciato a fare anch’io ripensando a quel ‘El scherzo de la luna[5]’ ascoltata da Ugo Neri qualche anno prima a teatro.

Inoltre faceva parte degli animatori dei Gruppi dell’Azione Cattolica che a Palus di San Marco avevano iniziato a fare i loro ‘campus’ estivi[6]. Il giornale locale contribuì a dar peso all’impresa che voleva riallacciarsi alla millenaria storia dei dendrofori di questo fiume.

Belluno, 1951. Per breve concessione dell’Enel, il Piave ritorna un fiume e ospita la zattera.

Thomas, dopo aver affrontato diversi imprevisti, riuscì finalmente a coronare la sua impresa.

Il 9 agosto 1960 il natante apparve dalla curva di Quero e tra le grida della gente accorsa sul greto del fiume, atterrò finalmente sulle grave proprio davanti al loghét basso del nonno. Ci fu una grande festa in loco; poi tutto si concluse con l’ennesima fatica di trasportare la zattera alla stazione di Alano-Fener-Valdobbiadene per predisporre un carico di rientro a Belluno.

Una nottambula Prinz color azzurro (1960-1965)

Beppino era il massimo punto di riferimento della nostra compagnia, e non perché fosse il più ‘vecchio’. Piccolo di statura, diventava grande al ballo dove la sua agilità e dinamicità trovavano finalmente adeguata espressione. Con la sua Prinz mille color azzurro, una delle prime della serie, arrivavamo assai più distante e si potevano fare nella, stessa sera, capatine negli altri locali di zona.

Il più ‘equivoco’ era Alle sorgenti, ad Alano di Piave, ai piedi della Monfenera, dove si chiacchierava molto sulle tendenze di qualche personaggio locale che oggi farebbe moda. Personalmente non ho mai notato nulla nonostante l’attenzione prestata; forse i misteri cavalcavano sul ‘lungo’ tratto al buio da percorrere sullo sterrato e tra le fonde per arrivare alla meta (che oggi pare alla portata di Alano). Talvolta vi suonavano anche orchestrine dal vivo e si ballava da matti. Per scivolare meglio c’era chi continuamente spargeva borotalco sulla pista e, se andavano alla grande i nuovi balli, dal rock al twist al cha cha cha, occorre dire che dopo una cert’ora tornavano il tango e il valzer e perfino il samba – dopo la canonica ora dei lenti.

Ndr

I lenti erano ballabili in molti modi: lenti, lentissimi, praticamente fermi: era una questione di taglio dei tempi nel praticare le movenze. Nel primo, anche se poco, si muovevano ambo i piedi; nel secondo ci si imperniava su una sola gamba rotando a frazioni di giro; il terzo prevedeva solo il movimento delle ginocchia e una torsione alternata del tronco. Del ‘guancia a guancia’ non parliamo giacché normale per le coppie affiatate, in quelle in via di decisione, la ragazza anteponeva un avambraccio che valeva una barriera. Resta da dire che l’uso delle braccia della controparte era teso a serrare, nei combattenti, e invece scivolava qua e là con indifferenza nei fiduciosi di sé o sicuri vittoriosi.

Fener, l’albergo Bacchetti al ponte Tegorzo.

Si ballava anche alla pista dell’Albergo Tegorzo, la più signorile, all’aperto; l’età media dei ballerini, sui trenta-quaranta, ci sconsigliava lunghe permanenze.

A Segusino la pista era stretta e lunga e le luci, soffuse, di colore rosso.

Di solito era l’ultimo dei locali ad essere visitato e pativa la nostra stanchezza. Per fortuna sulla via del ritorno ci rimaneva l’Osteria del Ponte dove chi voleva poteva ballare anche da solo.

Fener visto da Segusini, al di là del fiume Piave.

Ricordo un amico spagnolo che, mentre col Bepin cantavamo a squarciagola il ritornello del porompompèro, ci diede un saggio di vero flamenco interrotto purtroppo da una piroetta con effetto idraulico da eccesso vinoso. Per fortuna, tornati di qua del Ponte riuscimmo a farci una doccia, vestiti, nel cortile adiacente alla casa del custode della diga, che era proprio Bepin il quale, nella officina al seminterrato in cui si dilettava a fare il battiferro – era straordinario anche in quello – ci fece un caffè forte ovvio e corretto grappa.

Poi ci dileguammo, come ogni notte.


[1] Paola Raccanelli.

[2] Beatrice Taboga.

[3] Nerina Marin.

[4] Silvana Zuin: l’ho trovata per caso su Facebook e si ricordava tutto, tanto che aveva conservato, tra le sue, queste foto!

[5] La poesia risultò vincitrice del primo premio al concorso nazionale di poesia dialettale ‘Città di Treviglio’ 1955.

[6] Dove anche qualcuno di Mussoi cominciava ad andare dopo che Padre Beltrame aveva subito un altro trasferimento, stavolta definitivo.


Autore

  • Gianluigi Secco (Belluno, 1946-2020), si è dedicato per gran parte della vita al settore della cultura popolare e ai temi dell’identità e delle relazioni. •••
    Dalla fine degli anni Settanta è stato ideatore, produttore, conduttore e regista di rubriche radio e televisive di intrattenimento culturale (oltre 1000 ore di talk-show in diretta) sulle più importanti Emittenti trivenete. •••
    È stato autore di una trentina di volumi tra saggistica e poesia e di molti documentari in DVD video e CD audio, su temi sociali, sulla storia dell’emigrazione e sui riti della tradizione popolare. ••• È stato cantautore e anima del Gruppo Culturale Belumat (prima col duo ‘storico’, assieme a Giorgio Fornasier, I Belumat e poi con Belumat Formazione Aperta) che aveva all’attivo più di 3000 concerti in Italia e all’estero in quattro decenni di felice carriera. ••• È stato autore insieme a Giorgio Fornasier delle colonne sonore di due rappresentazioni teatrali brasiliane (16 canzoni d’Autore) scritte in collaborazione con lo scrittore e regista Josè Itaqui per la Compagnia Teatrale Miseri Coloni di Caxias do Sul (testi ‘par talian’ e in lingua brasiliana): De là de l mar e La vita zé na vaca. ••• Ha ideato e sostenuto per anni la mostra-museo errante ‘MEM’ intitolata maschere e riti dei carnevali arcaici del veneto & dolomiti, che ha proposto dal 1988 in Italia e all’Estero e che risulta essere tra le più significative del suo genere. ••• È stato il realizzatore, assieme all’amico Tito De Luca, della mostra Arca, Ararat e Armeni, allestita presso il Convento Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, a Venezia (2002). ••• È stato il realizzatore della mostra POCO, NiENTE E FANTASIA, dedicata ai vecchi modi infantili di giocare, allestita presso il Museo Etnografico di Treviso (2014). •••
    È stato fondatore e presidente dal 1998 al 2018 della Associazione Internazionale Soraimar che aveva lo scopo di mettere in relazione autori e cultori delle tradizioni popolari venete di tutto il mondo e di stimolare la salvaguardia di ogni identità culturale considerata bene fondamentale del singolo e di tutte le collettività. ••• Aveva progettato e curato dal 2002 un sistema in rete internet di Archivi multimediali della Tradizione Popolare, aperti al pubblico, gestiti per conto dell’Associazione (soraimarc) oltre che per la Regione Veneto con oltre 5.000 clip audiovisive e 15.000 schede illustrative disponibili alla consultazione del pubblico (attualmente il sito è in restyling, in attesa di nuove risorse). ••• Aveva curato direttamente alcune collane multimediali sulla cultura veneta regionale ed extra regionale tra cui quelle americane di Brasile e Messico, e quelle di cultura istro-veneta con l’edizione di un centinaio di titoli in CD audio e DVD, editi per il tramite dell’Associazione. ••• Già tecnico d’industria, è stato formatore nei Sistemi di Qualità (Total Quality) con riferimento ai settori Turistico-alberghiero ed Enogastronomico (Prodotti Tipici, Turismo cultural-gastronomico). ••• È stato noto eno-gastronomo, già consultore membro della Accademia Italiana della Cucina ed autore di alcuni volumi e di una enciclopedia multimediale sulla cucina tradizionale veneta, vincitrice, nel 1997, del premio nazionale ‘Orio Vergani dell’AIC. ••• Aveva realizzato nel 2013 il progetto ‘Mitincanto’ con l’edizione di un volume ad illustrare i maggiori Miti della tradizione popolare veneta messi in relazione con altri similari d’Italia (ad es. della Sardegna) e del resto d’Europa e con la produzione affiancata di oltre una sessantina di nuove canzoni di cui ha già scritto i testi e, di parte, anche la musica, affidando poi altri brani ai colleghi cantautori del Veneto. Da questo lavoro era stato tratto un nuovo spettacolo teatral-musicale presentato in teatri, biblioteche e sale civiche e corredato da straordinari ausiliari audiovisivi. Tra queste canzoni, quella intitolata FADA, interpretata dalla cantautrice trevigiana Erica Boschiero, ha vinto come miglior testo il Premio Parodi 2012 a Cagliari. ••• Tra l’estate 2015 e il 2018 aveva combattuto un’aspra battaglia contro un linfoma di tipo ‘Non Hodgkin B’, diffuso a grandi cellule e era stato considerato rimesso dal male dopo un complesso trattamento pregevolmente praticato con successo dall’equipe medica del reparto di Ematologia del Ca’ Foncello di Treviso.
    Aveva potuto festeggiare il suo 74°compleanno in compagnia della gran parte degli amici musicisti (7/02/2020) per poi spegnersi, amorevolmente accompagnato dai suoi familiari, a causa di un subdolo infarto intempestivamente diagnosticato durante l’inizio del primo lockdown da Covid-19.

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