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7 Febbraio 2026, San Riccardo

16. Gente da guerre e capanne

Il nuovo territorio di scorribanda con Trux (Roberto), Nino, Ennio e Durigon, era tutta la fascia compresa tra i piai della Vignetta fin dietro le caserme, il convento dei frati, il prato dei selvàreghi (i già menzionati contadini) fin su al cancello della villa Vescovile1, attraversata da nord a sud dalla trincea murata della vecchia strada dismessa che arrivava quasi fino al piano della Favola, incrociando la ferrovia che l’aveva segata, dietro villa Campana. Fin qui si arrivava spesso, affascinati da quel tempietto anteriore che riuscivamo a intravedere da distante, solo di sghimbescio, dietro il cancello, una volta giunti in fondo a San Lorenzo2. Sul retro di Villa Morassutti3 giungevamo invece ansimando e in tensione, pronti a scappare, perché la casa colonica lì appresso era abitata da un altro mezzadro feroce noto per i cani tremendi pronti a sbranare chiunque si avvicinasse. I genitori ce lo rammentavano sempre e ciò nonostante non sapevamo rinunciare e tornavamo ogni tanto alle ville per spiare le pietre, le statue dei giardini anche se la loro severità un poco ci intimidiva. Il mito della ‘caccia selvaggia’, ingigantito dai racconti di mio nonno che mi diceva di aver sicuramente intravisto i can de sboldrik, mitici crudeli protagonisti della caccia4, diventava allora il fulcro dei miei pensieri mentre il sangue preoccupato già mi rimbombava nelle orecchie.

Facevamo le nostre capanne sfruttando le rovine ovest della vecchia strada del convento (oggi via dei Frati). Essendo molto stretta, era facile raggiungere gli alberi sull’altro lato e trovare il modo di infilare, su qualche forcella, lunghi rami di nocciolo sulla cui trama tessere ramaglie meno nobili di frassino o acacia, stando attenti a non ferirsi troppo. Con spine di ogni tipo si prendeva per forza confidenza e ci facevano più male le ramanzine delle madri preoccupate dei vestiti rovinati che i segni immancabili su gambe e ginocchia che ne erano perennemente segnate. D’altronde non ci si lamentava mai per i dolori procurati dal gioco [per cadute, escoriazioni, storte e via dicendo] che correvano il rischio di essere incrementati al volo da qualche papina [leggi sberlone] al grido di «sta a casa, laʃerón, che no te sucéde gnént»! o da un «benón, cusì te impara a star a caʃa toa» dall’analogo significato.

Si costruivano ‘armi’ di ogni tipo per le nostre guerre campestri. Archi e frecce si facevano con le verghe di nocciolo che sono drittissime; i più raffinati bilanciavano il posteriore inserendo piumette di gallina ma ci vuole arte. Per i tirasassi si cercavano forcelle tra i rami del corniolo o nelle siepi di bosso; poi occorreva procurarsi una peza de curame (lembo di pelle conciata) e una cameradaria smessa da qualche bici (ma in buono stato5). Il fissante per eccellenza era la rasa, la resina dei pini e dietro le caserme ce n’erano in abbondanza e profumavano l’aria. Allora si andava col borsolot e si passavano tutti in cerca dell’essenza pregiata: se ne trovava di vecchia, di color giallo e ambra, che si scagliava facilmente e di quella nuova, rossastra quasi in fermento. Con un fuocherello si fondeva il tutto e rimaneva pronta all’uso; si poteva persino masticare ed aveva un sapore forte e amarognolo, tenuta in bocca diventava molle e si poteva usare per qualche fissaggio provvisorio; quella molle e granulosa la spalmavamo anche sulle ammaccature e serviva pure a togliere le ris-ce dalle mani per una tradizione mostratasi poi corretta; per i fissaggi definitivi, diventava come il mastice se mescolata con un po’ di cera d’api che trovavamo facilmente. Cerbottane di sambuco invece non se ne facevano ormai più essendo state sostituite dai nuovissimi tubi di ferro da elettricista presi ‘in prestito’ dai cantieri delle nuove case in costruzione. Fusti del medesimo arbusto si usavano ancora per gli zufoli a tiro e per le pompe ad acqua, arma che ero abile a costruire. 

In capanna non ci si preparava solo a battagliare ma si suonavano, ad esempio, le foglie d’edera – ce n’era moltissima – e anche i fili d’erba tenuti tesi tra i due pollici uniti delle mani, raccolte a far da cassa armonica alla semplicissima ancia; o con le labbra si facevano vibrare le foglie de casia, di acacia, meglio se piegate e tenute in bocca con una tecnica più raffinata per modulare e irrobustire il fischio. Facevamo anche trombette coi manici del tarassaco, ricavando da un piccolo taglio in testa l’elemento vibrante, proprio come per i màneghi de zuca. La cosa più bella era, prima che suonare, soffiare dall’alto il candido globo6 del pisacan maturo e rimanere ad osservare il volo dei ‘paracaduti’ cercando di seguire quello che sembrava arrivare più lontano.

C’è da aggiungere che d’inverno il territorio offriva anche l’opportunità di slittare o tentare di sciare con qualsiasi mezzo ritenuto verosimilmente idoneo, perfino tra le vigne, sulle stradine secondarie o sui prati dei Morassutti o sulle rive dei Frati. Per i ferionisti scavezzacollo rimaneva il rischio delle discese di San Lorenzo, Travazzoi e Caserme qualora naturalmente ghiacciate e momentaneamente libere da traffico.

Mussoi, la chiesa dei Santi Filippo e Giacomo. Disegno di Osvaldo Monti.

A Villa Clizia7, oltre la strada, e all’intricato sottobosco di Fisterre, fin giù al pont de le fémene8, siamo arrivati solo qualche anno dopo.

Più facile andare a fossili un po’ prima del Pont de San Bastian, dove invece si trovavano le pietre già pronte da ‘scagliare’.

  1. Villa Belvedere o Vescovile risale ai primi del Settecento. È forse la più bella della serie di quelle poste al limite superiore della Vignetta. L’ho potuta visitare essendo, negli anni recenti, dimora dell’Amico accademico della Cucina Italiana, Professor Giambattista Marson (cfr. De Bortoli, Gigetto. Vizzutti, Flavio. Moro, Andrea. Belluno : storia, architettura, arte. Belluno, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, 1984, p. 334). ↩︎
  2. Villa che avrei poi frequentato da adulto essendo la casa di Giovambattista Pellegrini, anche se ci veniva solo per le vacanze estive. Villa Campana, di piccole dimensioni, è del Seicento, mentre il tempietto dedicato a San Lorenzo, costruito di fronte oltre il giardinetto, è della seconda metà del Settecento (cfr. Ibidem, pag. 337). ↩︎
  3. Villa Morassuti, ricostruita ai primi del Novecento, incombe sulla stazione e offre la vista del doppio sentiero a rombo incrociato che va dal basso alla cima della scarpata fino alla grande scalinata centrale. Oggi il tutto è sacrificato dal passaggio della strada di circonvallazione nord della città (cfr. Ibidem, pag. 338). ↩︎
  4. Erano bracchi neri che dilaniavano le carni di coloro che non avevano rispettato le feste comandate (morti che tornano). ↩︎
  5. A me le riservava Nino Colombo, amico di famiglia. ↩︎
  6. L’infruttescenza della pianta i cui frutti sono i menzionati ‘paracaduti’ ovvero i semi dotati di struttura adatta a portarli distante nel vento. ↩︎
  7. La piccola settecentesca Villa Pagani era ancora visibile negli anni Sessanta. Negli anni successivi è stata via via inglobata nei palazzi di cemento tanto che oggi nessuno più s’immagina che esista. Nel disegno ottocentesco del Monti la si nota, dietro il muro, a destra.  Sulla sinistra della chiesetta si vede la casa natale di Papa Gregorio XVI e in fondo alla via si nota un arco (presente anche in un altro disegno sul medesimo sito). ↩︎
  8. O ‘delle fontane’. ↩︎

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Autore

  • Gianluigi Secco (Belluno, 1946-2020), si è dedicato per gran parte della vita al settore della cultura popolare e ai temi dell’identità e delle relazioni. •••
    Dalla fine degli anni Settanta è stato ideatore, produttore, conduttore e regista di rubriche radio e televisive di intrattenimento culturale (oltre 1000 ore di talk-show in diretta) sulle più importanti Emittenti trivenete. •••
    È stato autore di una trentina di volumi tra saggistica e poesia e di molti documentari in DVD video e CD audio, su temi sociali, sulla storia dell’emigrazione e sui riti della tradizione popolare. ••• È stato cantautore e anima del Gruppo Culturale Belumat (prima col duo ‘storico’, assieme a Giorgio Fornasier, I Belumat e poi con Belumat Formazione Aperta) che aveva all’attivo più di 3000 concerti in Italia e all’estero in quattro decenni di felice carriera. ••• È stato autore insieme a Giorgio Fornasier delle colonne sonore di due rappresentazioni teatrali brasiliane (16 canzoni d’Autore) scritte in collaborazione con lo scrittore e regista Josè Itaqui per la Compagnia Teatrale Miseri Coloni di Caxias do Sul (testi ‘par talian’ e in lingua brasiliana): De là de l mar e La vita zé na vaca. ••• Ha ideato e sostenuto per anni la mostra-museo errante ‘MEM’ intitolata maschere e riti dei carnevali arcaici del veneto & dolomiti, che ha proposto dal 1988 in Italia e all’Estero e che risulta essere tra le più significative del suo genere. ••• È stato il realizzatore, assieme all’amico Tito De Luca, della mostra Arca, Ararat e Armeni, allestita presso il Convento Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, a Venezia (2002). ••• È stato il realizzatore della mostra POCO, NiENTE E FANTASIA, dedicata ai vecchi modi infantili di giocare, allestita presso il Museo Etnografico di Treviso (2014). •••
    È stato fondatore e presidente dal 1998 al 2018 della Associazione Internazionale Soraimar che aveva lo scopo di mettere in relazione autori e cultori delle tradizioni popolari venete di tutto il mondo e di stimolare la salvaguardia di ogni identità culturale considerata bene fondamentale del singolo e di tutte le collettività. ••• Aveva progettato e curato dal 2002 un sistema in rete internet di Archivi multimediali della Tradizione Popolare, aperti al pubblico, gestiti per conto dell’Associazione (soraimarc) oltre che per la Regione Veneto con oltre 5.000 clip audiovisive e 15.000 schede illustrative disponibili alla consultazione del pubblico (attualmente il sito è in restyling, in attesa di nuove risorse). ••• Aveva curato direttamente alcune collane multimediali sulla cultura veneta regionale ed extra regionale tra cui quelle americane di Brasile e Messico, e quelle di cultura istro-veneta con l’edizione di un centinaio di titoli in CD audio e DVD, editi per il tramite dell’Associazione. ••• Già tecnico d’industria, è stato formatore nei Sistemi di Qualità (Total Quality) con riferimento ai settori Turistico-alberghiero ed Enogastronomico (Prodotti Tipici, Turismo cultural-gastronomico). ••• È stato noto eno-gastronomo, già consultore membro della Accademia Italiana della Cucina ed autore di alcuni volumi e di una enciclopedia multimediale sulla cucina tradizionale veneta, vincitrice, nel 1997, del premio nazionale ‘Orio Vergani dell’AIC. ••• Aveva realizzato nel 2013 il progetto ‘Mitincanto’ con l’edizione di un volume ad illustrare i maggiori Miti della tradizione popolare veneta messi in relazione con altri similari d’Italia (ad es. della Sardegna) e del resto d’Europa e con la produzione affiancata di oltre una sessantina di nuove canzoni di cui ha già scritto i testi e, di parte, anche la musica, affidando poi altri brani ai colleghi cantautori del Veneto. Da questo lavoro era stato tratto un nuovo spettacolo teatral-musicale presentato in teatri, biblioteche e sale civiche e corredato da straordinari ausiliari audiovisivi. Tra queste canzoni, quella intitolata FADA, interpretata dalla cantautrice trevigiana Erica Boschiero, ha vinto come miglior testo il Premio Parodi 2012 a Cagliari. ••• Tra l’estate 2015 e il 2018 aveva combattuto un’aspra battaglia contro un linfoma di tipo ‘Non Hodgkin B’, diffuso a grandi cellule e era stato considerato rimesso dal male dopo un complesso trattamento pregevolmente praticato con successo dall’equipe medica del reparto di Ematologia del Ca’ Foncello di Treviso.
    Aveva potuto festeggiare il suo 74°compleanno in compagnia della gran parte degli amici musicisti (7/02/2020) per poi spegnersi, amorevolmente accompagnato dai suoi familiari, a causa di un subdolo infarto intempestivamente diagnosticato durante l’inizio del primo lockdown da Covid-19.

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